POST COVID-19, USCIRE DALLA TRAPPOLA DEL PRESENTE PER SUPERARE LA CRISI

Intervista al “futurista” Roberto Poli

Per uscire dalla crisi Covid-19 occorre una strategia di futuro sui grandi cambiamenti in atto, senza rimanere prigionieri della trappola del presente. È una sorta di appello quello di Roberto Poli, Professore di sociologia all’Università di Trento, cattedra Unesco sui sistemi anticipanti, Presidente di AFI-Associazione dei Futuristi Italiani e di -skopìa, start up dell’ateneo trentino.

Poli ufficialeLo abbiamo intervistato per un punto di vista sugli scenari post pandemia, anche in virtù del suo ruolo all’interno del task force della provincia di Trento per la strategia di uscita dalla crisi. Tra i punti dell’intervista, il rischio di una frammentazione sociale, il ruolo delle aziende e la necessità di nuove competenze, con uno sguardo sui cambiamenti geopolitici.  Poli è anche membro del Comitato Scientifico di AWOS.

Professor Poli, possiamo iniziare a pensare ad futuro post Covid-19?

Prima di tutto è importante capire la plausibile evoluzione della pandemia. Osservando i dati di virus simili, probabilmente dovremmo convivere con il Covid-19 per un periodo da 2 a 4 anni, a prescindere dal vaccino, che non sarà disponibile a pieno regime prima di 18 mesi. Quindi un periodo lungo, che sarà caratterizzato da fasi alterne di picchi e cali. Da un punto di vista sanitario, oltre alle misure delle istituzioni, saranno necessarie forme di autocontrollo da parte di cittadini e imprese per gestire l’emergenza. Da un punto di vista economico dobbiamo prepararci a scenari impegnativi.

Le stime economiche della Commissione Europea sull’Italia sono preoccupanti: un calo del Pil di -9,5% e un debito pubblico al 158,9%

Il Covid-19 sta pesando moltissimo sull’economia del Paese, ma non in modo uniforme. Il turismo è senza dubbio il settore più colpito, un comparto che vale ben il 13% del Pil. Vi sono però industrie e categorie sociali, ad esempio i dipendenti pubblici, su cui la crisi sta avendo un impatto minore. Sicuramente l’andamento del debito pubblico preoccupa: quando un Paese supera il 150% è considerato tecnicamente fallito. Però anche l’Inghilterra dopo la guerra aveva un debito del 180%, eppure è riuscita a risollevarsi. Ecco, dobbiamo interpretare la nostra situazione attuale come se uscissimo da una guerra.

Quali scenari di evoluzione intravede per i prossimi mesi?

Vedo due possibilità. La prima, una frammentazione e un incattivimento del tessuto sociale. Se non impareremo a gestire la crisi, si formeranno gruppi conflittuali che cercheranno di accaparrarsi le poche risorse disponibili a seguito della crisi di fiscalità del prossimo anno. La seconda, se si riuscirà ad aprire un discorso di futuro, di visione di cosa vogliamo sia l’Italia nei prossimi decenni, allora potrebbe innescarsi un discorso positivo. L’aspetto da sottolineare è che al momento la situazione è totalmente fluida. Come agiranno istituzioni, aziende e parti sociali sarà fondamentale per spingere verso la prima o la seconda possibilità.

Quali sono i fattori che possono indirizzare verso la frammentazione sociale o verso un discorso di futuro?

Ci sono due modi per gestire la crisi. Uno è bloccare l’emorragia e occuparsi solo dell’emergenza senza guardare al dopo. È una politica del tutto disfunzionale, perché il Covid-19 è solo uno dei molti cambiamenti in arrivo. Concentrarsi solo su questo significa trascurare le diverse trasformazioni in atto. È il grande problema che connota l’Italia da decenni: rimanere prigionieri del presente.

L’altro modo per uscire dalla gabbia del presente?

Usare l’occasione della crisi per prepararci ai nuovi cambiamenti, per una riflessione comune e la costruzione di una strategia. Senza una strategia si prendono decisioni casuali, si perde il timone e anziché andare avanti si resta fermi. E oggi muoversi in modo strategico significa essere consapevoli e gestire in modo sistematico e coordinato i grandi cambiamenti: demografici, tecnologici, ambientali, geopolitici. Se riusciremo a sintonizzarci su questa seconda attitudine, allora la crisi non sarà stata solo un costo.

Che ruolo hanno le aziende e come può reagire il nostro tessuto produttivo fatto per lo più da PMI?

Quello che le aziende faranno in questo momento sarà fondamentale per il futuro. Oggi più che mai è necessario occuparsi non solo di far funzionare la propria azienda, ma anche avere una responsabilità sociale. Perché in gioco c’è qualcosa di più del solo bilancio aziendale, è in gioco il destino del Paese. Un secondo aspetto riguarda la necessità di fare filiera e sistema tra realtà produttive, pubblica amministrazione e nuove competenze. La piccola fabbrica, che magari vive soprattutto di export, per reggere la competizione internazionale ha bisogno di nuove expertise, di un punto di vista globale che da sola non riesce ad avere. 

Parlava di cambiamenti geopolitici: come vede l’Italia nella partita in atto tra USA e Cina?

Siamo davanti ad un grande scontro per l’egemonia globale, che avrà impatti sempre più evidenti anche sulle nostre aziende in termini di dazi e restrizioni. In questa situazione il vaso di coccio è l’Europa. Se continuerà l’assenza di una vera politica europea, la Comunità Europea sarà il luogo in cui si concentrerà lo scontro fra USA e Cina, con la Russia che al momento sembra rimanere sullo sfondo, ma che può sempre entrare in gioco e sparigliare le carte. In ogni caso, lo scontro sull’Europa si giocherà in Italia, che tra i paesi fondatori dell’UE è il più fragile. Anche per questo è fondamentale muoversi con grande consapevolezza strategica.

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