COVID-19 e i flussi di import-export: intervista all’Autorità Portuale di Trieste

Porto di Trieste

Il Porto di Trieste è un hub internazionale di snodo per l’interscambio terra-mare tra i mercati del Centro ed Est Europa e il Far East. ZPC ha intervistato Zeno D’Agostino, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale – Porti di Trieste e Monfaclone, per conoscere il punto di vista di un player autorevole sui flussi di import-export in questa situazione di crisi economica globale. Tra i punti toccati, la capacità del porto triestino di tenere grazie alla sua vocazione internazionale e al forte utilizzo della ferrovia, e le opportunità che in uno scenario post-epidemico si profilano in Cina per l’export italiano.

Di seguito l’intervista completa del 26 marzo 2020.

Quali sono gli effetti sul porto di Trieste della crisi economica dovuta al COVID-19?

Anzitutto occorre dire che il porto di Trieste lavora, siamo operativi al 100%. Tutta la filiera è infatti esclusa dal blocco imposto dal Governo. Al momento, per un porto come Trieste che ha vocazione commerciale, i numeri sono abbastanza simili rispetto all’anno scorso. Non è ancora arrivata l’onda della crisi cinese, soltanto in questi ultimissimi giorni iniziamo a registrare un leggero calo dell’ordine del 3%.

Il decreto del 23 marzo potrà avere un impatto sulla vostra attività?

La criticità più immediata è che con la chiusura di diverse attività produttive i porti si saturino per la presenza di numerosi container nei terminal. Per questo le associazioni del trasporto e della logistica stanno chiedendo di mantenere aperti i magazzini anche delle imprese bloccate dal decreto, in modo da svuotare i terminal dai container ordinati nelle scorse settimane. L’Autorità Portuale di Trieste ha comunque la possibilità di gestire questa situazione rispetto ad altre realtà, visto che controlla una serie di interporti e spazi esterni al porto.

Parlava di una sostanziale tenuta ad oggi del porto di Trieste. Quali sono i fattori principali?

La tenuta è dovuta a due fattori: la tipologia del nostro bacino per il mercato terrestre e il forte utilizzo della ferrovia. Riguardo al primo punto, per il 90% il bacino del porto di Trieste è rappresentato dall’Europa centrale e dell’Est: Germania, Austria, Lussemburgo, Slovacchia, Ungheria, Belgio e Repubblica Ceca in particolare. In questi paesi la situazione dovuta all’epidemia non sembra essere così critica come in Italia, almeno fino a questo momento. Vi sono invece realtà portuali che lavorano prevalentemente con un bacino domestico e stanno soffrendo maggiormente.

Come si inquadra il trasporto di merci via treno in questo scenario?

Proprio il forte utilizzo della ferrovia, e veniamo al secondo fattore, ci permette di mantenere in movimento i flussi cargo, senza subire le problematiche alle frontiere che sta riscontrando il trasporto su gomma. Anzi, nelle prossime settimane probabilmente avremo treni più pieni, con un aumento del passaggio dal trasporto delle merci dalla gomma al ferro. Del resto, il porto di Trieste si distingue per un intenso uso della ferrovia per i container, nel 2019 pari al 56% rispetto al 44% dell’uso di camion.

Quali crede possano essere le dinamiche in uno scenario post-epidemico?

La crisi, che inizialmente sembrava aver messo in ginocchio la Cina, ora sembra darle un importante vantaggio competitivo visto che ne sta uscendo per prima. Nei prossimi mesi sarà quindi il primo mercato pronto ad assorbire i flussi di export globali, anche a seguito del coinvolgimento sempre più marcato degli USA nell’epidemia. L’Italia potrebbe trarne vantaggio, seguendo la medesima logica per cui dovrebbe essere il primo paese europeo ad uscire dalla crisi epidemica. A quel punto le imprese italiane saranno quasi obbligate ad intensificare i rapporti commerciali con la Cina.

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