Sempre più vicina l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Quali gli effetti di una “Hard Brexit”?

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La Brexit sembra ormai sempre più vicina. Boris Johnson, leader dei conservatori, ha vinto le elezioni in Gran Bretagna con la maggioranza assoluta, conquistando 363 seggi su 650 in Parlamento. Il Premier ha già fissato in agenda l’attuazione del punto cardine del suo programma, vale a dire l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europa scandito dallo slogan della campagna elettorale “Get Brexit done”.

L’accordo sulla Brexit negoziato lo scorso ottobre con Bruxelles dovrebbe essere approvato dal Parlamento in tempi rapidi, vista la maggioranza dei conservatori. Johnson punta a presentare il testo a Westminster entro Natale per un primo via libera, per concretizzare l’uscita di Londra dall’UE il 31 gennaio 2020.

Sulla base dell’impronta data da Johnson alla questione Brexit, si profila dunque una “Hard Brexit. La speranza è che avendo una maggioranza così ampia in Parlamento e nel Paese, Johnson possa trattare con Bruxelles per attutire gli effetti di una uscita “difficile”.

Una spina nel fianco per Johnson potrebbe essere la Scozia, che nel 2016 ha votato in massa per il remain nell’UE. Il partito nazionalista scozzese, l’altro vincitore delle elezioni, pretenderà un secondo referendum sull’indipendenza, spinto dagli scenari della Brexit, che Johnson non è disposto a concedere.

Un altro capitolo di tensione è l’Irlanda del Nord. Le elezioni hanno visto una perdita di seggi del DUP, Partito Unionista Democratico, sostenitore dell’uscita della regione dall’Ue alle stesse condizioni del resto della Gran Bretagna. L’ultimo accordo tra UE e UK, definito Backstop, invece, prevede che a determinate condizioni l’Irlanda del Nord rimanga nel mercato unico europeo, situazione a cui si è opposto il DUP per timore che sia il primo passo verso la separazione della regione dall’UK e l’integrazione nella Repubblica d’Irlanda.

La Brexit, soprattutto in caso di Hard Brexit, determinerà per le aziende impatti sul commercio, in particolare su questioni fiscali e doganali e più in generale attinenti alle attività di Trade Compliance ed Export Controls.

Per citare alcuni aspetti fiscali e doganali, la tariffa doganale integrata dell’UE (TARIC) non sarà più applicabile alle importazioni in UK e si stima che saranno presentate 205 milioni di dichiarazioni doganali aggiuntive per le transazioni di importazione ed esportazione, ad un costo per dichiarazione da £ 15 a £ 55. Si prevedono lunghe code alle frontiere, a meno che non siano consentite le “border checks” lontano dai porti. Le merci spedite nel Regno Unito non costituiranno più forniture intracomunitarie non tassabili e diventeranno importazioni da paesi terzi. Saranno inoltre stabilite nuove regole per l’applicazione dell’IVA all’importazione.

Da un punto di vista di Trade Compliance, rimangono in sospeso diverse questioni, ad esempio il Regolamento GDPR sulla privacy e le norme sull’e-commerce. In tema di marcatura, il Regno Unito ha annunciato l’introduzione di un sistema di marcatura nazionale di conformità (UKCA) applicabile dopo la Brexit. Valutazioni CE e standard armonizzati dovrebbero continuare ad essere valide nel Regno Unito, non è invece chiaro se il registro REACH sarà riconosciuto. In tema di sicurezza e metrologia dei prodotti, verrà implementato un quadro normativo nazionale favorevole al mercato britannico e ai consumatori britannici.

Tra i principali aspetti di Export Controls, l’esportazione di prodotti a duplice uso e di merci militari nel Regno Unito sarà soggetta all’autorizzazione preventiva concessa dai Ministeri italiani di competenza. Le norme europee relative alle misure restrittive e alle sanzioni nei confronti di determinati Paesi non saranno più applicabili al Regno Unito e ai suoi operatori commerciali e finanziari.

Per approfondimenti sulla Brexit e sul suo impatto sul commercio delle aziende: info@zenopoggi.com

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